Ne sanno di più i nativi digitali?

Ne sanno di più i nativi digitali?

Riflessioni sul termine e sulle sue esagerazioni

I nativi digitali e le competenze informatiche.

Da tempo molte ricerche e autori italiani e internazionali hanno dimostrato che definire i nati dal 1985 dei nativi digitali intendendo delle persone che hanno nel DNA competenze informatiche più avanzate dei loro predecessori (gli immigrati digitali) e nuove abilità nello svolgere più attività contemporaneamente sia una lettura superficiale e non supportata da dati oggettivi.

Il termine nativi digitali è stato coniato da Mark Prensky in un articolo del 2001 (Digital native, digital immigrants) e ancora oggi viene utilizzato in particolare nel campo dell’informazione per identificare quelle generazioni cresciute insieme all’evoluzione del mondo digitale, della rete internet e dei suoi servizi.

Ma pensare i bambini e i ragazzi come competenti in informatica e capaci di affrontare quasi magicamente le nuove sfide del digitale è fuorviante e, soprattutto, rende in parte passiva la funzione di genitori e insegnanti.

Per chi cerca, nella quotidianità, di trasmettere un’educazione critica e consapevole al digitale credere al mito dei nativi digitali significa abbassare la guardia rispetto, ad esempio, alle modalità di navigazione online o di comunicazione via social perchè – …tanto ne sanno più loro…-

Nella mia esperienza personale ho incontrato tanti bambini e, ancora di più, ragazzi che nelle loro esplorazioni digitali non mostravano alcuna comprensione dei sistemi tecnici che permettono il funzionamento della rete internet e dei servizi collegati.

Rivolgendo ai ragazzi delle domande precise di natura vagamente tecnica spesso si scopre che per loro servizi come Youtube, Facebook e altri siano dei programmi distinti dal web e che non ci sia alcuna consapevolezza sul come funziona questa rete che chiamiamo Internet.

Questa mia personale esperienza appartiene a tutti coloro che si confrontano con bambini e ragazzi e su questo tema trovo molto chiaro e illuminante l’articolo di qualche anno fa del giornalista informatico Paolo Attivissimo. (2013, Per favore non chiamateli nativi digitali).

Nell’introdurre il termine il suo inventore accompagnava la riflessione con un merito: quello di porre in evidenza il problema della trasmissione del sapere, non solo sui temi digitali ma anche su quelli didattici, alle nuove generazioni.

Questo problema a tutt’oggi, specialmente nel mondo scolastico, non trova ancora delle soluzioni definitive e soprattutto operative ma lascia spesso il lavoro alla volontà di singoli docenti.

È evidente che occorre trovare nuovi stimoli per promuovere l’apprendimento in studenti che hanno un accesso continuato ad una biblioteca così vasta come il web e con servizi di ogni genere: dai traduttori, ai risolutori di problemi matematici, da mappe che in un battito di ciglia mostrano luoghi geografici da ogni angolazione a servizi di enciclopedia sconfinati e in continuo aggiornamento.

Tra l’altro lo stesso autore ha cambiato il suo parere in articoli successivi riconoscendo il valore delle critiche ricevute ma anche l’evoluzione storica del digitale parlando di saggezza digitale come capacità critica e consapevole di utilizzare gli strumenti digitali. (per chi fosse interessato con questo link si avvia il download della traduzione dell’articolo del 2010:  H. sapiens digitale: dagli immigrati digitali e nativi digitali alla saggezza digitale)

Se, dunque, non è sempre vero, anzi quasi mai, che i nostri figli hanno delle reali competenze informatiche solo perché sanno darci una mano nell’impostare alcuni nostri parametri sullo smartphone o sanno condividere rapidamente dati, immagini e altro nei social qual è il compito di noi genitori?

A mio parere è fondamentale riflettere e agire senza farci condizionare dalle ipotetiche competenze ma concentrandoci sui valori della cittadinanza digitale quando possibile vivendo insieme delle esperienze digitali e al tempo stesso osservare con attenzione le loro attività e anche quello che la scuola fa o non fa in merito a questo tema.

Se a mio figlio la scuola propone un laboratorio di coding, che va molto in questo periodo, è opportuno che mi accerti e pretenda la presenza di esperti tecnici ma anche di educatori o, se adeguatamente formati, di docenti stessi che possano mediare i contenuti attraverso metodologie che esistono veicolando non solo competenze digitali ma comportamenti e consapevolezze.

L’ obiettivo non è mai lo strumento ma la consapevolezza e l’abilità all’uso critico dello strumento che permette di rispondere in modo adeguato alle nuove caramelle del web.

Nell’infografica che segue descrivo brevemente alcuni concetti di natura tecnica di cui parlare con i nostri figli per promuovere la consapevolezza degli strumenti utilizzati e l’educazione digitale.

Qual è la vostra esperienza? Condividete la mia opinione o voi vedete realmente delle capacità, quasi innate, di comprensione del mondo digitale nei vostri figli? Scrivete nella sezione commenti in fondo alla pagina ed elaboriamo insieme strategie efficaci di educazione digitale per i nostri figli.

A presto!

Cosa succede quando digito un indirizzo-2

Autore dell'articolo: redazione

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